Quella volta in cui ho quasi ucciso la mia orchidea

O anche: breve storia di come le piante continuino a insegnarmi cose.

Durante l’autunno i rami della mia orchidea cominciano pigramente a germogliare per donare alla minuscola frazione di mondo che si intravede dalla mia finestra (e a me, che la finestra ce l’ho davanti) un bellissimo inverno screziato di bianco e viola e giallo. Cose preziose, cose inestimabili.

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Funziona così: il ramo più anziano, quello che è già esploso l’anno precedente, produce una timida gemma sorretta da un fusto sottile e flessibile; il ramo verde e giovane, nato a settembre, si abbandona invece a un’esplosione di fiori famelici e feroci. E io li guardo innamorata ogni volta che posso.

Qualche giorno fa, in un eccesso di cure (o forse nel ridicolo e crudele tentativo di esercitare una qualche forma di controllo sulla Natura), mi è capitato di di aver goffamente spezzato, all’altezza del nodo, il ramo destinato al suo trionfo colorato. La fioritura annuale della mia pianta irrimediabilmente dimezzata.

Orrore.

Vile assassinio.

Però.

Però stamattina mi sono resa conto che la ferita, lì dove era stata inferta, si è rimarginata. E che da quello stesso nodo rattoppato sta spuntando un altro ramo. Ciò che doveva essere sta trovando comunque il modo di accadere, nonostante le mie mani ottuse e la ridicola profezia di Cassandra che ho immediatamente provveduto a pronunciare.

La mia orchidea è ostinata e rifiorirà e io ho imparato l’ennesima lezione.

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