Storia di un Pothos

Un giorno, un paio di anni fa, mi sono sentita un po’ sperduta.

Ero a Pisa, faceva caldo. In quel periodo stavo sbattendo la testa contro un muro fatto di Gestaltpsychologie e tutto il resto del corpo contro un altro muro, più spaventoso, fatto di angoscia segreta e vischiosa.

Sedevo al mio posto al pianterreno del Capitano, davanti al muro con la piccola aurora boreale in grisaille. Conquistavo quella scrivania ambitissima, così comoda d’inverno, arrivando tutte le mattine pochi minuti dopo le dieci e salutando la pila di libri da me lasciati dal giorno prima, salvo poi abbandonarla a se stessa per giorni settimane mesi, quando non avevo la forza di uscire di casa.

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Quel particolare giorno di un paio di anni fa ero alla mia scrivania e per l’ennesima volta sfogliavo qualcosa senza leggerlo e mi ricordo di aver provato sconforto all’idea di dover attraversare la strada (i nomi delle vie impallidiscono si assottigliano si perdono e mi sembrano passate almeno cinque vite) e tornare a casa: il disordine dell’altra metà di scrivania, le pile di vestiti che facevo finta di non vedere, le pentole da lavare, la polvere, la muffa, i piccioni, forse le formiche.

Brutture.

Salii al terzo piano con l’ascensore, quello che odorava sempre di pastelli a cera, per andare in bagno; scesi a piedi. Al secondo piano, su uno schedario di metallo accanto alla balaustra, a captare le bianchissime onde luminose del lucernario, c’era lei.

Ricordo di essermi guardata intorno, di aver intaccato velocemente con l’unghia del pollice lo stelo (bisogna recidere subito sotto il nodo, avevo letto in un tutorial mesi prima) e di aver nascosto il rametto di pothos appena rubato sotto la maglia. Poi una corsa per recuperare libri e pc e l’aria colpevole come se avessi trafugato qualche volume raro da uno dei fondi privati della biblioteca.

Una volta a casa, eliminai le foglie superflue e ne risparmiai due; una delle due superstiti era un po’ rovinata, con un piccolo foro ovale al centro. Presi un bicchiere di quelli vecchi che nessuno usava mai, lo riempii d’acqua e ci adagiai la mia preziosa refurtiva. Due giorni passarono e la prima radice cominciò timidamente a fare capolino. Da quel momento non si è più fermata. Inesorabile e veloce e lentissima e immobile e viva.

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Due settimane dopo la mia talea, il mio ridicolo miracolo, era stata sistemata in un brutto vaso bordeaux. La chiamai Corifea.

Quando decisi di lasciare Pisa, la prima cosa a cui pensai fu il modo di portarla con me in treno senza farle subire traumi di alcun tipo. Ciononostante, non mancai di farla cadere, mentre aspettavo il treno.

Un anno e mezzo dopo, la mia Corifea è diventata incontrollabilmente lunga, ha sconfitto un’orda di moscerini, ha perso qualche foglia, è stata riprodotta, ha rischiato di annegare. Ma è lì che penzola sul ripiano accanto al mio letto. Amata come il giorno del furto e come tutti gli altri giorni che abbiamo passato insieme.

È lì, verde promemoria della purezza cui ciascuno di noi dovrebbe aspirare.

Da lei – dalla prima fogliolina che mise mentre era ancora in acqua, orrendamente divelta da me che, ansiosa, cercavo di aiutarla a liberarsi – ho imparato la pazienza e di come, una volta acquisita quest’ultima, tutto diventi inesorabilmente veloce.

Da lei ho imparato (mi chiedo come mai non lo sapessi anche prima) che tutte le cose, se amate, ci restituiscono il favore.

Lei, una banalissima pianta di pothos. La stessa che decora tutti gli androni di tutti i palazzi dei mondi di tutto l’universo.

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