Prendere la patente a (quasi) trent’anni

Ossia di come io riesca a rendere drammatica anche una cosa che fanno tutti.

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Ok: non sto prendendo la patente davvero a trent’anni, ma le cifre tonde mi sono sempre piaciute di più. Anche se mi invecchiano.

Non mi piace andare in auto.
Le auto mi hanno fatto sempre pensare ai coleotteri, sia a causa della loro corazza bombata che per l’andatura brulicante che assumono lungo le strade della mia città; specificare che provo un’avversione quasi viscerale per i coleotteri mi pare quasi soverchio.

Inoltre soffro il mal d’auto e sono allergica agli acari e quando entro in un’automobile entrambe le cose sono pressoché inevitabili quindi ogni mio viaggio è accompagnato da starnuti o nausea o nausea  e starnuti.

Un ultimo, piccolo dettaglio: gli incidenti stradali sono una delle mie più grandi fobie.

Ma va’? Chi potrebbe mai aver voglia di schiantarsi contro un guard-rail?

Eh.

Lo so che fanno paura a tutti. Ma non è tanto il mio ipotetico coinvolgimento nell’incidente (sono sempre stata piuttosto zen in merito alle mie sorti) ad atterrirmi, quanto quello di chi amo: quando scopro che qualcuno a me caro sta per intraprendere un viaggio in autostrada entro nel panico più totale, piango, immagino scene catastrofiche fino a quando non apprendo del suo arrivo a destinazione and back. Diventa un’ossessione. Perdo ogni lacerto di razionalità ancora in mio possesso.

Viaggiare di sera, poi: terror panico; esercizi di respirazione; dormite strategiche.

Ma ormai ho un’età e un disperato bisogno di indipendenza, vivo in una città in cui i mezzi pubblici sono gestiti dalla Stirpe del Demonio e comincio anche a sentirmi un po’ ridicola.

Quindi ho seguito i corsi, superato il quiz e conquistato il più ambito dei tesori, il Foglio Rosa; mi sentivo la patente in mano. Un passo imprescindibile per continuare la mia quest e diventare un’Adulta Completa™. Già mi immaginavo a raggiungere ogni destinazione con la sola forza della trazione del motore.

Poi ho cominciato a guidare e ho dimenticato tutto quello che avevo imparato su limiti di velocità, precedenze, segnaletica orizzontale verticale spaziotemporale. Tutto.
L’istruttore mi catapulta nel traffico del centro di Napoli con la disinvoltura di chi sa cosa sta facendo, e in effetti lo sa benissimo. Sono io quella che non capisce niente.

Ho raggiunto livelli di confusione che mai avrei ritenuto possibili, passando la vita a veder guidare gli altri. Persino le strade mi sembrano totalmente diverse: non mi oriento più.
Stare dall’altro lato dell’auto, quello del volante, mi sembra la cosa più sbagliata del mondo. Quasi  indecente. Quasi stessi sovvertendo le leggi dell’Universo, peccando di ὕβϱις, macchiandomi di crimini indicibili.

Prendere la patente a trent’anni è complicato. L’inconsapevolezza di sé in cui si sguazza a diciott’anni è senza dubbio l’unico requisito che si deve possedere per riuscire a condurre un coleottero con le marce senza venire catapultati nel baratro del terrore puro.

Però devo riuscirci, e diventare brava. E ridere in faccia all’ansia che provo ora ogni volta che i motorini mi sorpassano selvaggiamente. E ascoltare un sacco di album stupendi mentre mi muovo con quel trabiccolo.

Che poi non è vero che non mi piace andare in macchina: quando il viaggio è finito provo sempre una pallida malinconia, al momento di raccattare le mie cose e chiudermi lo sportello alle spalle.

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