L’Umanesimo metropolitano di Nino Longobardi

Ovvero di come mi trovo a pensare a Protagora ogni volta che prendo la metro.

In questo mese di disastrose routines provvisorie mi è capitato di dover prendere ingenti quantità di treni ogni giorno, cosa che non avveniva da un po’. Tipo da quando ero studentessa.

Ora, a Napoli c’è questa cosa delle Stazioni dell’Arte che ormai è abbastanza nota; se ne sente parlare spesso come realtà virtuosa e, in effetti, la stazione di Toledo comincia a diventare una piccola Torre di Pisa coi turisti che fanno sempre-la-stessa-foto al lucernario ed è impossibile non giocare a esser parte di uno degli Specchi di Pistoletto posti a Garibaldi (faccio solenne voto di chiarirmi, prima o poi, le idee in merito a Michelangelo Pistoletto). Ma è un’altra stazione, decisamente negletta dai turisti metropolitani, quella cui faccio riferimento qui: Quattro Giornate.

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Le Quattro Giornate di Napoli, 2001

L’atrio della stazione è popolato da figure umane, fantasmi più che sagome, ad opera di Nino Longobardi. Le ha eseguite nel 2001, e sono ispirate dall’episodio di Resistenza – le Quattro Giornate cui sono, appunto, intitolate piazza e fermata della metropolitana – di cui Napoli è stata protagonista nel 1943.

Quando attraversavo quell’atrio, da giovane studentessa di Storia dell’Arte con il cervello ancora carico di nozioni, mi veniva sempre in mente, ogni-singola-volta,  l’assunto protagoreo secondo cui l’uomo è misura di tutte le cose. Che poi sarebbe, con un ENORME margine di approssimazione, uno degli assunti cardine dell’Umanesimo (un caro saluto agli umanisti in ascolto: vi prego non odiatemi).

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Nino Longobardi

Esiste, tra gli artisti contemporanei, un altissimo grado di specializzazione; ciascuno dedica il suo tempo e le sue cure a un certo numero di idee/tematiche, le quali poi vengono declinate, più o meno sistematicamente, secondo dei principi di ricerca formale e linguistica che sono individuali e personali. Ecco: Nino Longobardi fa dei suoi umani una unità di misura del mondo; un mondo fantasmatico, ombroso e intriso di senso dell’Antico (e questa è un’altra delle mie ossessioni) che, nondimeno, a me pare proprio umanistico fino al midollo. Un Umanesimo moderno, meno fulgido e significativamente più terrigno di quello che c’è sui libri di storia, ma altrettanto intriso dei valori del momento storico in cui si colloca e – mi si consenta qui un sottile moto di campanilismo – napoletano fino al suo animistico midollo.

(Sì: L’Umanesimo metropolitano del titolo è soltanto un pessimo pun)


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