Di igiene e scrittura

Ovvero del (vago) perché abbia deciso di aprire un ennesimo blog.

Non ho mai osato definirmi una scrittrice, né d’altro canto credo che vorrei mai esserlo: mi ritengo, piuttosto, una creatura percorsa dall’accidia e tendo a vivere evitando le attività dispendiose, dove per dispendiose intendo logoranti dal punto di vista emotivo. Non esattamente il phisique du rôle di chi decide di fare della sua esistenza una penna vivente.

Le poche volte che la scrittura mi è stata necessaria per perseguire uno scopo, ho schiacciato ogni tasto del computer con la stessa fatica di un fabbro che batte un ferro. E non con meno clangore.

Pagine più ammaccate delle incudini: terrore, dubbi, paralisi, fughe.

Eppure, quando avulsa da ogni finalità, la scrittura – intesa come trasposizione più o meno lineare su di un supporto, digitale o cartaceo che sia, di lettere parole frasi – è sempre stata il mio rifugio. Più del sonno, più del comfort food, più di qualsiasi altro palliativo cui un singolo essere umano, piuttosto meschino, possa fare ricorso durante la sua esistenza. Posseggo, prima o poi butterò giù qualche riga in merito, un bullet journal, un diario, innumerevoli taccuini per scarabocchi liste testi di canzoni e tutto un universo di superfici su cui tracciare parole col mio indice destro. Ho tutto quello che mi occorre.

Un tempo mi preoccupavo moltissimo del come, poi ho cominciato a tormentarmi sul cosa e adesso sono abbastanza anziana e scafata da aver aver deciso che nessuno dei due mi interessa più: ciò che ho più a cuore, adesso, è il valore terapeutico, diciamo pure igienico, dell’attività di scrittura.

Uno dei miei grandi amori di gioventù, Alberto Savinio, apre il suo Dico a te, Clio con queste parole:

Clio: κλειώ: chiudo.
La storia raccoglie le nostre azioni e le depone via via nel passato. La storia ci libera via via dal passato. Una perfetta organizzazione di vita farebbe s’ che tutte le nostre azioni, anche le più minime e più insignificanti, diventassero storia: per togliercele di dosso, per non farcele più sentire sulle spalle.
L’uso di consegnare a un diario le nostre azioni giornaliere, è una regola d’igiene; e l’uomo di mente operante è implicitamente un memorialista, che nei memoriali, ossia nelle opere, depone le sue «azioni interne». Ci si dovrebbe abituare da piccoli a tenere un diario, siccome ci si abitua a pulirci i denti. Quanto a lavarci la faccia la mattina, lo facciamo per pulircela dei sogni, queste «azioni» del sonno, questi peccati notturni.
Quella sarà civiltà perfetta che tutto tradurrà in storia, e ci consentirà di ritrovarci ogni mattina in condizioni di novità, liberi dal passato.

Scriviamo per ripulirci, noialtri. Riordinare tutto.
Nel diario mi riordino il petto, nel bullet journal la giornata, qui le idee. Non è una scelta particolarmente minimalista, me ne rendo conto; eppure, ora che ho risalito la china (mi si passi l’inside joke comprensibile solo a me), credo che questa differenziazione potrà tornarmi utile.

Scrivente, non scrittrice.


On air: Radiohead – How to disappear completely

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