Le orchidee, Marc Quinn e Me

Di parafilie, fiori, arte e altre amenità.

Posseggo un’orchidea, una ordinaria phalaenopsis, che sta miracolosamente sopravvivendo a me e alle cure approssimative che le dedico una volta a settimana. Sospetto che la sua inaspettata longevità sia dovuta più al suo fortunato patrimonio genetico che non a improbabili doti della sua proprietaria.

Ad ogni modo, è una pianta meravigliosa: possiede una vitalità che, quando sono particolarmente ricettiva a queste cose, mi tronca il respiro prima ancora che possa arrivare al naso. Ogni fioritura è un’esplosione di vita sconcertante.

È una creatura bella, nell’accezione più ottocentesca e romantica del termine, vale a dire terribile. Foglie pesanti e spesse, radici argentee o verdissime, petali soffici, purissimi o tormentati da fantasie e screziature. Una bellezza tortuosa, soprattutto per la metafora incredibilmente carnale che il fiore, schiuso, suggerisce: labbra, grandi labbra, piccole labbra. È la Natura in tutta la sua lentissima furia. Qualcuno, un paio di secoli fa, l’ha chiamata Origine du Monde. Del resto, anche i fiori sono organi riproduttivi.

La mia orchidea si chiama Quinn.

Questo perché c’è un artista, uno Young British Artist, un tale Marc Quinn, che ha fatto di questo fiore vorace (anche di tutti gli altri fiori, in verità, ma magari sulle doti evocative di Marc Quinn mi soffermerò un’altra volta) uno dei suoi temi più fortunati. E uno di quelli che amo di più.

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Marc Quinn, The Archaeology of Desire, 2009

Orchidee altissime, larghissime, proteiformi, incredibilmente più pesanti di quanto la loro vellutata apparenza – bronzo bianco e purissimo o rosso o di mille altri colori – non suggerisca.

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Marc Quinn, The Archaeology of Desire, 2009

Per Quinn le orchidee sono opere scultoree autoconcluse e autocontenute già nella loro forma naturale, e la loro magnificazione è, sì, un gioco di mimesi ma anche (soprattutto?) un onesto e incredibilmente poetico tributo a uno dei più antichi temi che l’Arte abbia conosciuto: la fertilità. Una fertilità primordiale e ferina, raccontata dall’artista con un lessico delicato e intimamente classicista.


Letture pressappochiste:

Flower Sculptures

Marc Quinn on Orchids

 

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